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Ogni medico fa fede a questo giuramento per adempiere coscienziosamente ed umanamente la sua professione.

Come ogni giuramento non basta averlo fatto una volta ma ripeterlo sempre nel cuore e nella mente

per adempiere fino i fondo quei fondamenti etici che si è scelto di perseguire,

senza farli diluire dalle mode, dalle circostanze socio-politiche, dal relativismo morale, dal proprio umore personale.

 

Testo antico


Testo attuale
(deliberato dal Comitato Centrale FNOMCeO 23 marzo 2007)

"Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto:

di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla;

di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.

Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa.

Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.

Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.

In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.

Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.

E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro".

 


C
onsapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo,

GIURO:

di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamentorifuggendo da ogni indebito condizionamento;

di perseguire la difesa della vita, la tutela fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; 

di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l'eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario;

di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;

di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;

di promuovere l' alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l'arte medica;

di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;

di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina;

di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali;

di evitare, anche al di fuori dell'esercizio professionale, atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;

di rispettare i Colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;

di rispettare e facilitare il diritto alla libera scelta del medico;

di prestare assistenza d'urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell'autorità competente;

di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;

di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione.

 

Chi era Ippocrate ?

 

                                 

VITA


Ippocrate (Cos, circa 460 a.C. - Làrissa, circa 370 a.C.), appartenente per famiglia alla corporazione medica (gli Asclèpiadi), studia medicina sotto la guida del padre, assimilando anche gli insegnamenti della scuola fiorente nella vicina Cnido.  Compie alcuni viaggi in Egitto e in Libia, fonda nell'isola natale la più importante scuola medica greca, ma visita anche Atene e vi tiene corsi che gli procurano fama.  Nel cosiddetto Corpus hippocraticum, che raccoglie tutta la produzione dell'antica medicina greca (circa 70 testi), la paternità di alcune opere può essergli attribuita con una certa probabilità:

 

  • Sull'antica medicina
  • Sulle arie
  • Le acque e i luoghi
  • Sulla malattia sacra
  • Prognostico
  • Sul regime delle malattie acute                                                                                                                                                                                                                                             
  • Epidemie
  • Aforismi
  • alcune altre dedicate ad argomenti chirurgici 
PENSIERO

Lo specifico della medicina


L'opera di Ippocrate presenta tratti tanto innovativi da poter egli essere considerato il fondatore della scienza medica. In questo modo egli diede per la prima volta un carattere autonomo e specifico ad una pratica empirica, conferendole la dignità di una tecnica (téchne) fondata su un metodo scientifico. Tale innovazione appare chiara soprattutto nelle osservazioni che Ippocrate rivolge all'indirizzo della scuola di Cnido. Questa, sotto l'influenza delle prime osservazioni scientifiche compiute in area ionica  aveva rafforzato lo spirito di osservazione tipico dei primi medici itineranti greci, nominati fin nei poemi omerici. Da una parte Ippocrate ha grande stima di tale approccio sperimentale: egli ritiene che grazie ad esso l'intera verità potrà gradualmente essere scoperta .

 

 

La medicina da gran tempo ormai dispone di tutto, e sono stati trovati il principio e la via grazie ai quali in lungo tempo sono state fatte molte e notevoli scoperte, e il resto nel futuro sarà scoperto se qualcuno, in grado di farlo e a conoscenza di quanto già è stato scoperto, cercherà prendendo le mosse da queste (Sull'antica medicina, 2).

 


Dall'altra parte egli critica nella scuola di Cnido il fatto che le osservazioni empiriche non siano congiunte in un quadro scientifico complessivo, che metta ordine nell'infinita varietà dei fenomeni con i quali il medico si deve confrontare. Solo questa conoscenza di tipo universale rende il medico veramente tale:

 

Coloro che scrissero le cosiddette Sentenze cnidie hanno sì descritto correttamente ciò che soffrono i malati in ogni malattia e come qualcuna di esse si risolve: e fin qui, anche il non medico potrebbe scrivere correttamente se s'informasse bene presso ciascuno dei malati su ciò che egli ha sofferto; ma di ciò che il medico deve ancora sapere - né lo dice il malato - molte cose sono state omesse; e sono conoscenze diverse nei diversi casi, alcune anche importanti come sintomi. [...] A me piace invece che si ponga mente all'intera tecnica (Sul regime delle malattie acute, 1-). 2

 


Questo quadro scientifico deve permettere anche di affrontare razionalmente qualsiasi manifestazione morbosa. Celebre è la discussione sull'epilessia, chiamata all'epoca «malattia sacra» perché ritenuta di origine divina e quindi non curabile con mezzi naturali. Ippocrate ritiene invece che l'appello alla divinità sia solo un modo per mascherare l'ignoranza ed esimersi dalla ricerca delle vere cause:

               

 

Per quanto riguarda la malattia detta «sacra», a me non appare in nessuna maniera più divina o più sacra di altre malattie, ma piuttosto ha una natura dalla quale si nasce, come le altre malattie. Gli uomini le attribuirono una natura e causa divina per imperizia e stupore, perché non somiglia per nulla ad altre malattie. E questa concezione della sua divinità è mantenuta dalla loro incapacità a comprenderla, e la facilità della maniera con cui è curata (gli uomini ne sarebbero infatti liberati tramite purificazioni e incantesimi). [...] Coloro che per la prima volta divinizzarono questa malattia mi sembrano essere stati simili a quegli uomini che ora sono i prestigiatori, i purificatori, i saltimbanchi e i ciarlatani, che fingono di essere molto pii e più colti degli altri. Tali uomini, dunque, usando la divinità come un pretesto e una copertura della loro incapacità ad offrire ogni assistenza, hanno diffuso l'opinione che la malattia è sacra, aggiungendo argomentazioni appropriate allo scopo (Sulla malattia sacra, 1-2).

 


La ricerca di una sistemazione scientifica complessiva non deve però sconfinare in teorie sull'uomo astratte e lontane dall'esperienza: la medicina non ha bisogno di una «nuova ipotesi», che avrebbe senso solo se si dovesse indagare su «cose invisibili e inspiegabili» dei quali è impossibile avere esperienza diretta (Sull'antica medicina, 1). In questo modo non soltanto viene rifiutata una medicina «filosofica», ma la filosofia stessa, intesa come sapienza sulle prime cause, viene sfidata nella sua pretesa di conoscere l'uomo:

 

Ma alcuni medici ed esperti di sapienza (sophistái) dicono che non è possibile che conosca la medicina chi non sa che cos'è l'uomo, ma questo deve capire chi intende curare correttamente gli uomini. Il loro discorso tende alla filosofia (es philosophíen), come per Empedocle e altri che hanno scritto sulla natura partendo da che cosa è l'uomo e da come si formò all'inizio e da che cosa è costituito. Ma io anzitutto ritengo che tutte le cose dette da un esperto di sapienza o da un medico, o scritte sulla natura, si avvicinino più alla pittura che la medicina: ritengo invece che non è possibile conoscere qualcosa di chiaro sulla natura [dell'uomo] da nessun'altra fonte che dalla medicina. E questo si sarà in grado di apprenderlo quando si abbraccerà tutta la medicina stessa correttamente (e finché ad allora mi pare che ci mancherà molto): intendo questa indagine: sapere che cosa è l'uomo e per quale genere di cause si forma e tutto il resto, esattamente (Sull'antica medicina, 20).

 



Il metodo della medicina

 
L'ampio compito assegnato alla medicina richiede un metodo di indagine altrettanto aperto. Anche qui distanziandosi dalla scuola di Cnido, Ippocrate ritiene che solo una considerazione globale di tutto il contesto di vita del malato permette di comprendere e sconfiggere la malattia, le cui varie manifestazioni sarebbero altrimenti destinate a rimanere enigmatiche. Tale esame complessivo deve estendersi anche al passato (anámnesis, ricordo), per poter individuare il male (diágnosis, conoscenza) e ipotizzarne ragionevolmente il decorso (prógnosis, previsione). Ciò implica un discernimento, che viene esercitato applicando una definizione empirica di «causa»:

 

Bisogna in realtà che si ritengano cause di ciascuna [malattia] quelle cose presenti le quali è necessario che sorga in un certo modo, e cambiate in un'altra mescolanza è necessario che cessi (Sull'antica medicina, 19).

 


Se tale prospettiva è rimasta ancora oggi come tipica della pratica medica, la ricchezza degli elementi che Ippocrate chiama in causa (dietetici, atmosferici, psicologici, perfino sociali) suggerisce un'ampiezza di vedute che ben raramente sarà in seguito praticata:

 

Questi i fenomeni relativi alle malattie, dai quali traevo le conclusioni, fondandole su quanto c'è di comune e quanto di individuale nella natura umana; sulla malattia, sul malato, sulla dieta e su chi la prescriveva [...] ; sulla costituzione generale e specifica dei fenomeni atmosferici e di ciascuna regione, sui costumi, il regime, il modo di vita, l'età di ognuno; sui discorsi, i modi, i silenzi, i pensieri, sul sonno e sull'insonnia, sui sogni - come e quando -, sui gesti involontari [...] e sulla concatenazione delle malattie - quali derivino dalle passate e quali si generino in futuro -. [...] Sulla base di tutto ciò, si estenda l'analisi anche a quanto ne consegue (Epidemie, 1,23).

 


La necessità di una considerazione globale vale anche in senso inverso: ogni elemento nella natura umana ha ripercussioni sull'intera esistenza. Ciò vale in modo specialissimo per il cervello, al quale Ippocrate attribuisce un ruolo centrale nella vita psichica, distanziandosi da coloro che la ponevano ad esempio nel cuore o nel sangue. Lo studio del cervello dovrebbe così condurre perfino ad una comprensione della radice dei giustizi estetici e morali:

 

Da null'altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello, e così i dolori, le pene, la tristezza e il pianto. E soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo e vediamo e udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole. [...] Ed è a causa del cervello stesso se impazziamo, e deliriamo, e ci insorgono incubi e terrori, e insonnia e smarrimenti strani, e apprensioni senza scopo, e incapacità di comprendere cose consuete, e atti aberranti (Sulla malattia sacra, 17).

 

Il programma estremamente ambizioso spiega l'evoluzione che la scuola di Cos subì dopo la morte del fondatore.

Il suo metodo, così aperto a qualsiasi tipo di dato empirico, era semplicemente al di sopra delle possibilità della pratica del tempo (e forse anche di oggi!), come lo stesso Ippocrate sembrava temere, riecheggiando lo scetticismo di Protagora: «La vita è breve, la tecnica è lunga, l'occasione è fugace, l'esperienza è fallace, il giudizio è difficile» (Aforismi, 1.1). Si andò così rapidamente verso una semplificazione, uno dei cui elementi più caratteristici si trova nella teoria dei quattro umori. Essi vengono determinati per analogia con le quattro radici di Empedocle e sono posti in corrispondenza con i caratteri, le stagioni e le età della vita; il loro squilibrio determina le diverse malattie. Tale schema appare debitore del tentativo di legare più strettamente l'immagine dell'uomo ad una comprensione del cosmo e concede alla «filosofia» senza dubbio di più di quanto Ippocrate avrebbe ammesso.


D'altra parte però il pensiero di Ippocrate con tutta la sua complessità esercitò una grande influenza in altri campi culturali: sia la filosofia (
Platone cita il suo procedimento come proprio modello, Fedro, 270 c9 - d7 [greco], gli stoici si ispirarono a lui per la loro concezione dell'anima), verso la quale paradossalmente Ippocrate aveva poca simpatia, sia soprattutto la storia: pare certo che il metodo di Tucidide, che inaugura la storiografia in senso moderno, sia ispirato proprio al metodo medico di Ippocrate, il primo che conferì dignità di oggetto di scienza a qualcosa di così variabile come la realtà umana empirica.

L'etica del medico


Se la mancanza di qualsiasi vincolo legislativo rese possibile lo sviluppo rapido della ricerca medica, d'altra parte essa rendeva più urgente la riflessione sui doveri morali del medico. In diverse passi delle opere di Ippocrate si insiste perciò sull'esigenza che il medico conduca una vita regolare e riservata, non speculi sulle malattie dei pazienti ma anzi li curi gratuitamente se bisognosi, stabilisca un legame di sincerità con i malati. È a questo tipo di prescrizioni che pensa Platone quando descrive l'immagine del «medico libero»:  Il [medico] libero per lo più cura e sorveglia le malattie dei liberi, ed esaminandole dal principio e secondo natura, discorrendo con il paziente stesso e con i suoi amici, da una parte s'informa personalmente dai malati, dall'altra per quanto è capace istruisce il malato stesso, e nulla prescrive di cui non sia persuaso anche lui stesso. E allora, tenendo sempre il malato tranquillo grazie alla persuasione, cerca di completare l'opera conducendolo alla salute (Leggi, IV, 720 d1-e2 [greco]).


Il testo più celebre che codifica l'etica medica è però il Giuramento (ancor oggi in uso), in cui vengono enumerati i princìpi fondamentali che deve seguire chi esercita questa professione: diffusione responsabile del sapere, impegno a favore della vita, senso del proprio limite e rettitudine, segreto professionale. Benché l'attribuzione ad Ippocrate sia fittizia (esso pare provenire da circoli pitagorici), nella sua ispirazione generale esso si sposa bene con la sua ambiziosa concezione della medicina come «conoscenza dell'uomo»:

 

 

 

 

 

 

 

 

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